Sostegni a tempo, politiche attive e un data base nazionale

La sfida alla disoccupazione si vince così. La proposta di Cristiano Pechy, amministratore delegato di LHH.

Daniela Fabbri
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Pochi giorni fa il Parlamento ha trasformato in legge il testo noto come “Decreto grandi navi”. Al suo interno una misura del tutto inedita: 10 milioni di euro per garantire un supporto professionale alla ricollocazione di lavoratori di aziende in fallimento, amministrazione straordinaria o cassa integrazione per cessazione dell’attività. Per la prima volta lo Stato italiano offre ai lavoratori di aziende in chiusura un percorso per ritrovare un’occupazione. Per la prima volta viene raccolta la raccomandazione della Commissione Europea, che fra le condizioni per la concessione dei fondi del PNRR, ha chiesto all’Italia di offrire più sostegno alle transizioni occupazionali, con misure personalizzate, servizi di consulenza, orientamento e valutazione delle competenze.  Abbiamo chiesto a Cristiano Pechy, amministratore delegato di LHH, cosa rappresenta questa misura.

“Un primo, piccolo risultato, che mi auguro possa essere lo stimolo per avviare quell’intervento complessivo sulle politiche attive per il lavoro che da decenni stiamo aspettando e che consentirebbe di avere un mercato del lavoro più efficiente ma anche più equo e inclusivo. Un investimento come questo potrebbe avere un impatto di 10 volte superiore se fosse inserito all’interno di un progetto più armonico”

In Italia il dibattito sulla riforma degli ammortizzatori sociali è aperto da anni, ma ora le richieste dell’Unione Europea rendono il ripensamento sempre più urgente. Cosa si sentirebbe di suggerire al ministro Orlando a questo proposito?
Partirei da una premessa: politiche attive e politiche passive devono essere interconnesse, perché sono due facce della stessa medaglia. Non si può fare a meno delle politiche passive, sotto forma di sussidi di disoccupazione o di sostegni al reddito. Ma devono essere interventi “a tempo”, pensati per tamponare situazioni temporanee e propedeutici al reinserimento lavorativo. Non situazioni di comodo in cui parcheggiare per anni persone che, al contrario, potrebbero tornare ad avere un’occupazione. Per questo credo che la riforma delle politiche passive debba contenere meccanismi che ne prevedano la sospensione o la revoca in casi in cui la persona rifiuti colloqui o offerte di lavoro. In questo modo smetterebbero di essere quello che troppo spesso sono state in passato: deterrenti alla ricerca di un nuovo lavoro. O, il che forse è ancora peggio, incentivi per forme di impiego non contrattualizzate, che non essendo trasparenti e documentabili non fanno altro che diminuire l’employability delle persone coinvolte.

Per ritrovare un’occupazione servono però le politiche attive…
Certo. Posso sospendere i sussidi alle persone che rifiutano le offerte di lavoro, ma per farlo devo far sì che l’offerta incroci la domanda e che le opportunità di lavoro arrivino alle persone che devono essere ricollocate. Concordo con la scelta fatta dal ministro Orlando di potenziare il ruolo dei navigator: è utilissimo avere un piccolo esercito di persone che si occupano di rilevare e censire caratteristiche, capacità, disponibilità ed esperienze di tutti coloro che hanno goduto di una qualche forma di sostegno al reddito. Ma questo enorme database non può finire nel vuoto. Serve costruire una grande banca dati a livello nazionale, superando le logiche limitative delle competenze regionali in materia, e metterla a disposizione di enti, aziende, o società di formazione che possano offrire percorsi per colmare i possibili gap di competenze. In questo modo sarebbe finalmente possibile far arrivare le persone alle aziende che le ricercano, uscendo da una logica assistenziale per entrare finalmente in un sistema che supporta le persone nelle transizioni di carriera.

Quali potrebbero essere le difficoltà per creare questo strumento?
Dal punto di vista tecnologico non c’è nulla di complicato. Abbiamo creato in pochissimo tempo Io.it o i portali per le vaccinazioni, farlo è davvero solo una questione di volontà. Oltre al fatto che questo era il mandato di Anpal, che avrebbe dovuto averlo già creato. E’ indispensabile che abbia però una forte governance statale e che superi i confini regionali: è assurdo che il cv di un lavoratore di Belluno non possa essere disponibile per un’azienda di Trento… In questo modo potremmo finalmente costruire uno strumento che supporti la creazione di posti di lavoro, che registri le richieste delle aziende, e consenta di orientare e formare le persone che cercano un lavoro. Potrebbe addirittura consentire di coinvolgere le Università, per creare percorsi formativi in linea con le esigenze del mercato, ma questo al momento è quasi un sogno.  Resta il fatto che non possiamo permetterci di non raccogliere questa sfida: dobbiamo lavorare alla creazione di nuovi posti di lavoro, non solo al mantenimento di quelli che ci sono già, e questo chiama anche i sindacati ad assumersi nuove responsabilità

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