Con l’auto elettrica un’opportunità di crescita

Ogni giorno, da un anno a questa parte, dallo storico stabilimento torinese di Mirafiori escono 200 esemplari della 500 elettrica, in un virtuale abbraccio fra il glorioso passato Fiat, rappresentato dall’icona delle auto popolari, e il futuro più che prossimo della mobilità sostenibile.

Daniela Fabbri
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auto elettrica un’opportunità di crescita

Ogni giorno, da un anno a questa parte, dallo storico stabilimento torinese di Mirafiori escono 200 esemplari della 500 elettrica, in un virtuale abbraccio fra il glorioso passato Fiat, rappresentato dall’icona delle auto popolari, e il futuro più che prossimo della mobilità sostenibile. Duecento auto che sono il simbolo di un’opportunità da non perdere, di una trasformazione di paradigma produttivo che potrebbe portare al rilancio di Torino e del suo indotto come polo d’eccellenza dell’automotive a livello europeo. Valorizzare le competenze professionali di un territorio è d’altra parte la strategia vincente per attirare investimenti e insediare produzioni. Basta guardare a quello che è successo alla cosiddetta Motor Valley emiliana: è di pochi giorni fa la notizia dell’investimento di 1 miliardo di euro da parte della joint venture fra il gruppo cinese Faw, il più grande produttore di auto asiatico, e l’americana Silk Ev, per creare a Reggio Emilia un polo produttivo di auto elettriche di alta gamma che potrà creare mille posti di lavoro. Un investimento che ha riconosciuto le storiche competenze della Motor Valley emiliana. Potrebbe avvenire la stessa cosa con il distretto torinese dell’auto? Lo abbiamo chiesto a Enrico Maria Rosso, amministratore delegato di HTL Fitting Italia e profondo conoscitore del mondo dell’automotive.

 

“Torino ha da sempre un legame quasi simbiotico con l’automotive, avendo sviluppato negli anni una catena di fornitura e un know how consolidato, in grado di rispondere a qualsiasi esigenza dell’industria dell’auto, dal design alla logistica. Oggi l’auto elettrica è un’opportunità da non lasciarsi sfuggire. Già queste prime produzioni della 500 hanno dimostrato la capacità della filiera di reinventarsi e reindustrializzarsi. E la scelta di Fiat di portare a Torino anche il polo produttivo delle batterie elettriche indica la potenzialità di creare un hub in grado di completare il ciclo produttivo”, ragiona il Ceo. D’altra parte la grande rivoluzione tecnologica in atto ha dimostrato come sia attorno ai poli delle competenze che si sviluppa maggiormente l’innovazione e il business. Torino da questo punto di vista può mettere a disposizione il know how sviluppato dal suo tessuto produttivo unito alla capacità di ricerca e formazione del suo Politecnico. “Sono convinto che Torino abbia tutte le caratteristiche e le capacità per diventare un polo di riferimento per il mercato dell’auto elettrica e spero che si creino tutte le sinergie necessarie perché questo polo si sviluppi”, sottolinea Rosso, che nella sua qualità di rappresentante in Piemonte della Camera di Commercio americana ha un osservatorio privilegiato sui rapporti fra l’imprenditoria americana e il sistema Italia.

 

Torino potrebbe quindi tornare a giocare un ruolo da protagonista a livello manifatturiero, creando occupazione e diventando competitiva con mercati al momento molto attrattivi come Polonia e Serbia? “Sì, ma ad alcune condizioni”, precisa Enrico Maria Rosso. “Servono investimenti in infrastrutture, un dialogo costante del Governo con le associazioni di categoria, un ruolo più attivo del sindacato. Ma anche uno sforzo del sistema bancario per promuovere progetti imprenditoriali futuribili, anche se magari con fondamentali economici non perfetti.  Se tutti questi elementi si integreranno potremmo tornare a essere un importante polo manifatturiero, che attrae gli investimenti”. Questo potrebbe essere il momento giusto per promuovere il cambiamento: “In questo periodo abbiamo un’occasione incredibile, quasi un piano Marshall per ricostruire il paese. È un’opportunità che non dobbiamo perdere, e questo vale anche per gli imprenditori. Anch’io ho usato la cassa integrazione in questo periodo, e meno male che c’è stata. Ma non deve essere un alibi per non uscire dalla comfort zone, per rinunciare alla creatività e alla capacità di innovazione che sono le caratteristiche vincenti, che ci contraddistinguono nel mondo”.

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