Outplacement di successo: bastano tre mesi per un nuovo lavoro

Una fusione, la conseguente riorganizzazione, la riduzione dell’organico. Un percorso tipico, che può coinvolgere all’improvviso anche persone che fino a quel momento avevano avuto una brillante carriera

Daniela Fabbri
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Una fusione, la conseguente riorganizzazione, la riduzione dell’organico. Un percorso tipico, che può coinvolgere all’improvviso anche persone che fino a quel momento avevano avuto una brillante carriera. Un evento che può destabilizzare, creando anche contraccolpi psicologici di un certo rilievo, ma che spesso può risolversi positivamente con l’aiuto di un percorso di ricollocazione professionale fatto con professionisti. I consulenti di LHH hanno da poco concluso un percorso di outplacement con un manager di successo, che si è ricollocato in una posizione a lui più congeniale e stimolante. A lui abbiamo chiesto di raccontarci la sua esperienza, per capire in che modo l’outplacement l’ha aiutato a superare il difficile momento legato alla perdita del lavoro e a rientrare con successo nel mercato. 

Che tipo di esperienza aveva maturato al momento della risoluzione del suo contratto?
Ho lavorato per un’azienda per la quale ho rivestito diversi ruoli, apicali e strategici per diversi anni. Sono stato responsabile commerciale  e  incaricato di lavorare ad un progetto strategico a livello internazionale. Poi la stessa azienda si è riorganizzata e alcune funzioni come la mia, con tutto il mio team sono state eliminate, con l’obiettivo di ridurre i dipendenti. Un processo in cui ci sono finito anche io insieme a molte altre persone e che ha determinato la mia uscita dall’azienda.

Cosa sapeva dell’outplacement prima di cominciare il percorso?
Sapevo, perché ne avevo parlato con amici, dell’esistenza di queste società che supportano il reinserimento nel mondo lavorativo. Non avevo ricevuto feed back particolarmente interessanti: niente di negativo, ma mi dicevano di non aspettarmi molto, che una persona come me abituata a ricevere e fare colloqui di lavoro non avrebbe avuto molto da imparare. Insomma, pensavo che l’outplacement non sarebbe stato determinante per il mio successo, ma siccome sono una persona che si mette in gioco sempre ho deciso sin da subito a seguire tutto il percorso con disciplina e convinzione.

E poi cos’è successo?
Ho dovuto ricredermi: anche per manager ‘stagionato’ come me, quindi non del tutto sprovveduto, c’è stato tanto da imparare, soprattutto per alcune specifiche attività, che sono state molto utili e  determinanti a ritornare sulle short list delle candidature per le posizioni aperte e pubblicate nei portali a tutti noti. L’outplacement ‘non ti trova il lavoro ma, se ben strutturato, ti mette in condizioni di trovarlo’ in sostanza dà una serie di strumenti e il corretto percorso di come e quando e come utilizzarli. Quello che posso dire con certezza è che chiunque approccerà il mondo del lavoro per reinserirsi troverà sempre qualcosa di utile e di inesplorato. Penso che il mio approccio completamente aperto, disponibile e disciplinato a fare miei quegli strumenti è stato risolutivo.

Cosa le è servito in particolare?
Penso che un percorso di successo abbia due pilastri: uno è l’outplacement e l’altro è l’approccio mentale con cui si affronta questo momento. Per quanto riguarda il primo mi è servita molto la revisione del curriculum. Oggi che mi trovo a doverne visionare molti mi rendo conto di aver sviluppato un occhio critico che mi fa cogliere subito un cv performante e impattante. E’ stato utile anche imparare a declinare il cv a seconda delle posizioni per cui mi proponevo. Customizzare l’esperienza in funzione della posizione sembra una banalità ma può fare la differenza.

Ho trovato estremamente efficace anche l’allenamento con il coach a sapersi raccontare in due minuti, trovando i punti salienti della propria carriera per comunicarli con efficacia, senza perdere l’attenzione dell’interlocutore. Infine il training sul colloquio con il coach: ho imparato che è fondamentale rispondere alle domande su specifiche competenze attraverso fatti come, nondimeno, la capacità di fare le domande giuste alla fine del colloquio, che è quello che rimane di più in testa al selezionatore. In questi ultimi strumenti il ruolo del coach a te assegnato è risultato determinante.

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