Il Peer Coaching, L’arma in più per la ricollocazione

Team working. Qualsiasi manuale di management parla del lavoro di gruppo come uno degli ingredienti indispensabili per consentire a un’organizzazione di ottenere la migliore performance.

Daniela Fabbri
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Team working. Qualsiasi manuale di management parla del lavoro di gruppo come uno degli ingredienti indispensabili per consentire a un’organizzazione di ottenere la migliore performance. In questo senso le metafore sportive si sprecano e webinar e eventi di team building sono ormai diventati una normalità. Ma c’è un ambito in cui lavorare in gruppo diventa una risorsa davvero preziosa: il momento della transizione di carriera. Quello a cui si arriva con grandi dubbi e altrettante aspettative; in cui bisogna fare i conti con emozioni e sentimenti profondi e altalenanti e in cui la solitudine è la peggiore compagna di strada. Per questo LHH ha messo a punto il programma Executive Job Work Search Team: uno strumento in più, basato sul lavoro di gruppo, per supportare i candidati nella ricerca di un nuovo lavoro. Per capire come funziona e quali risultati può dare abbiamo parlato con Alberto Malerba, chimico industriale con un MBA, che dopo 25 anni di lavoro in azienda ha dovuto sperimentare la perdita del lavoro e la fatica di trovare una nuova identità professionale.

Alberto, qual è stata la sua esperienza con l’Executive Job Work Search Team?
Ho potuto sperimentarla all’interno del pacchetto di outplacement che la mia azienda mi aveva riservato, ed è stata un’esperienza pienamente positiva. Ho trovato un gruppo di persone capaci e motivate, pronte al confronto, che hanno saputo costruire una vera squadra, in cui ognuno ha lavorato e portato il proprio contributo con trasparenza totale. Da quegli incontri ho tratto molti stimoli di ragionamento, mi si sono aperte prospettive che non avrei mai trovato da solo, ho ricavato strumenti che ho potuto utilizzare. Poi naturalmente ognuno deve scegliere come usare in prima persona questi stimoli. Io alla fine ho perseguito la strada più tradizionale, rispondendo a un’inserzione, ma l’idea della consulenza o dell’autocandidatura, a cui da solo non avrei mai pensato, sono rimaste nel mio bagaglio personale.

Un supporto di pratiche e conoscenze, quindi…
Non solo: non possiamo nasconderci che emozionalmente il percorso della ricollocazione ha delle implicazioni pesanti. Lo stato d’animo sale e scende, si alternano momenti di entusiasmo ad altri di scoraggiamento. E in questo il gruppo ha avuto un ruolo prezioso: come in una squadra ciclistica ci si alternava a “tirare”, a mantenere il focus, ci si compensava. Confrontarsi con altre persone nella tua stessa situazione ti aiuta a combattere il rischio di valutarsi negativamente, fa crescere la consapevolezza rispetto al valore aggiunto che si può portare. Ma serve anche a farti uscire dalla comfort zone, ad allargare i margini della tua zona di azione, a farti superare i limiti. In questo il coach è la chiave di volta: se riesce a far funzionare il gruppo nel migliore dei modi, a dare a tutti la possibilità di mettersi in gioco anche esponendo le proprie fragilità i risultati sono incredibili. Si cambia il modo in cui si guarda al percorso che si sta facendo, si smette di guardare al passato e ci si concentra sulle opportunità future.

Quali sono state le difficoltà maggiori?
Io ho sempre lavorato in settori chimici molto diversi tra loro, e questo ha richiesto una sorta di distillazione di aspetti e attitudini professionali trasversali, che il percorso fatto mi ha aiutato a far emergere. E in più negli ultimi anni all’estero. Non avevo idea di come cercare lavoro in Italia, e riuscire a costruire l’identikit delle aziende target non è stato semplice. Anche se ho una lunga esperienza commerciale e di marketing mi sono accorto che promuovere sé stessi è molto complicato. Alla fine, ho risolto nel modo più tradizionale, rispondendo a un annuncio, ma ho dovuto capire come presentarmi in un settore che non era il mio.

Ci sono degli errori che non si dovrebbero fare?
Non coltivare il networking è l’errore che ho fatto io, ma come me molti altri nel gruppo. È l’errore più comune ma anche quello che ti penalizza di più quando devi ricostruire il tuo percorso professionale. Poi bisogna assolutamente evitare di essere unidimensionali: mi sono reso conto che la ricerca di un lavoro non può essere fatta utilizzando un solo canale o un solo strumento. Serve essere multidimensionali e imparare ad attivare tutte le opportunità possibili.

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