Contratto di rioccupazione, più ombre che luci

Come si pone il settore legal in merito ai cambiamenti in atto nel mondo del lavoro e del ricollocamento professionale? Lo scopriamo grazie a "Vox!", la rubrica di LHH in collaborazione con i più importanti avvocati giuslavoristi.

Daniela Fabbri
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Fra le misure varate dal governo Draghi per sostenere il mercato del lavoro il contratto di rioccupazione ha un ruolo centrale. Dovrebbe essere lo strumento principe per favorire il ritorno all’occupazione dei disoccupati, quello su cui scommette il ministro del lavoro Andrea Orlando per arginare la tensione sociale che potrebbe nascere con lo sblocco dei licenziamenti. Abbiamo chiesto a Giampiero Falasca, partner dello studio DLA Piper, in cosa consiste e quali prospettive potrebbe avere.

Avvocato Falasca, in cosa consiste questo contratto di rioccupazione?
L’idea di fondo di questa misura è di creare uno strumento ad hoc per i disoccupati, che in via eccezionale e per un periodo di tempo limitato, ne agevoli il reinserimento nel mercato del lavoro. Lo si potrà fare solo fino al 31 ottobre. Le aziende dovrebbero quindi assumere una persona e offrirle un percorso di addestramento personalizzato per colmare i suoi ritardi di competenze rispetto al contesto lavorativo. Al termine dei 6 mesi l’azienda o il lavoratore possono dare la disdetta al contratto; in caso contrario si dà il via al contratto a tempo indeterminato. Nei 6 mesi l’azienda avrà diritto all’esonero dei contributi per un massimo di 500 euro al mese, ma lo sgravio dovrà essere restituito se il lavoratore non viene confermato o se nei 6 mesi successivi alla conferma del lavoratore l’azienda procede con licenziamenti individuali o collettivi per le stesse mansioni.

Una misura efficace?
La logica della misura è giusta ma nella sua costruzione ci sono tanti e tali vincoli che ritengo sia destinata a un fragoroso insuccesso. Ci sono alcuni elementi che a mio parere la limitano negativamente: primo, l’esonero contributivo è troppo incerto, mentre la storia di queste misure dimostra che funzionano quando l’incentivo è così sicuro da poterlo già inserire nel conto economico. Secondo, cosa sia questo piano individuale di inserimento non è chiaro, bisogna inventarlo in poco tempo con il rischio che poi qualcuno lo possa impugnare. Terzo, l’orizzonte temporale è davvero troppo limitato. Infine la considerazione più importante: il tema del costo è solo uno degli elementi che entrano in gioco quando si valuta un’assunzione, inserito in un contesto ben più ampio. Pensare che si decida di assumere per un contributo di 250 euro è abbastanza ingenuo. L’azienda deciderà l’assunzione se valuterà che l’infrastruttura normativa, insieme a quella economica e produttiva, lo consentiranno. Mi dispiace dire che il contratto di rioccupazione mi dà l’impressione di uno strumento utile solo ad annunciare che si sta facendo qualcosa.

Cosa può servire allora per affrontare il post Covid?
Intanto bisogna dire che fra i possibili contratti già disponibili ce ne sono di più convenienti. Penso all’apprendistato professionalizzante, pensato proprio per i disoccupati, che dà esoneri contributivi molto più corposi e ha meno vincoli burocratici. Perché dunque un’azienda dovrebbe usare il contratto di rioccupazione quando ce ne sono altri più funzionali? Un’altra misura che potrebbe essere molto potente, soprattutto in questo clima di grande incertezza, è la cancellazione della causale per il contratto a termine, reintrodotta dal decreto Dignità. Consentirebbe alle aziende di fare investimenti non vincolati al lungo periodo e di inserire persone nel contesto lavorativo in modo regolare. E le statistiche ci dicono che più le persone stanno dentro le aziende più le prospettive di stabilizzazione aumentano. Sembra quasi che con queste misure il Governo dica “ti voglio aiutare ma non troppo…”. Invece questo è il momento del coraggio, perché servirebbero norme innovative.

Che tipo di norme?
Ci sono iniziative attivabili, ma ci vuole volontà politica, lungimiranza, voglia di mettersi in gioco… Nella legge Biagi c’era il contratto di reinserimento: sgravio per un anno, estensibile a tutti, struttura semplice, possibilità di demansionamento che è fondamentale per l’efficacia degli scivoli in entrata. Forse basterebbe copiare e incollare quello. 

Lei ha scritto un libro dal titolo significativo, “Disoccupazione di cittadinanza”. Qual è la sua tesi?
Che c’è un fenomeno che io definisco populismo giuslavoristico: ci si mette attorno a un tavolo, si disegnano delle misure senza stare a capire se avranno efficacia e poi ci si lamenta se nessuno le utilizza. Ma lo si fa perché la preoccupazione non è di costruire strumenti efficaci, ma vendere al marketing dei social media soluzioni apparenti ai problemi. Apparenti perché in un brevissimo lasso di tempo dovrebbero risolvere problemi molto complessi, che richiederebbero anni di lavoro. Purtroppo però il ciclo di vita dei politici è molto più breve e chi si avventura a proporre azioni i cui risultati si vedranno dopo tre anni se l’incarico ministeriale ne dura a mala pensa sei?

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