La crisi non si risolve con gli incentivi. Servono le politiche attive.

Come si pone il settore legal in merito ai cambiamenti in atto nel mondo del lavoro e del ricollocamento professionale? Lo scopriamo grazie a "Vox!", la rubrica di LHH in collaborazione con i più importanti avvocati giuslavoristi.

Daniela Fabbri
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Sblocco dei licenziamenti e un pacchetto di misure per sostenere la ricollocazione di chi ha perso il lavoro. Dopo un dibattito intenso anche all’interno del governo, e scontentando i sindacati, il cosiddetto Decreto Sostegni bis ha messo nero su bianco le proposte per rilanciare il mercato del lavoro. A Francesco Rotondi, Managing Partner dello studio LabLaw e fra i più autorevoli giuslavoristi italiani, abbiamo chiesto se le misure messe in campo potranno essere efficaci.

Avvocato Rotondi, l’Italia si avvia verso la fine delle misure di sostegno alle imprese legate all’emergenza Covid e allo sblocco dei licenziamenti. Che prospettive ci sono per aziende e lavoratori?
“Purtroppo si sono avverati i timori che tutti gli esperti del settore avevano paventato”, “Nonostante i dibattiti e le proposte inviate siamo in una situazione identica a quella degli ultimi 70 anni: con misure emergenziali e nessun progetto strutturato sulle politiche per il lavoro. Il ministro Orlando ha detto che in questo decreto non sono prese in considerazione le politiche attive, ma cosa si aspetta a farlo? Mi sembra l’ennesima dimostrazione che lo Stato non le sa fare, le politiche attive. Ma allora perché non coinvolgere i privati che le sanno fare? Purtroppo siamo davanti a una crisi che non si può pensare di risolvere solo con qualche incentivo e l’Italia si appresta ad affrontarla disarmata e impreparata”.

Tutta colpa del Covid?
“A marzo 2020 sono state bloccate tutte le procedure di crisi che erano già sul tavolo del Mise. Erano aziende già in crisi per problemi di mercato, di formazione, di competenze, per la mancanza di politiche attive. Situazioni semplicemente congelate, con la speranza di sanarle con i soliti ammortizzatori sociali o gli incentivi fiscali. Ma i problemi sono ben altri e sono strutturali: serve una riformulazione del contratto di lavoro, nuovi modelli organizzativi e più flessibilità. E non parlo della flessibilità in uscita, perché le vere rigidità sono nell’esecuzione del lavoro, in un modello fordista che non risponde più alle esigenze delle organizzazioni complesse. Se guardo il decreto Sostegni vedo solo il solito incentivo fiscale per la ricollocazione, peraltro anche molto limitato. Ma manca tutto un pezzo di ragionamento: quando terminerà il sostegno degli ammortizzatori sociali i lavoratori non torneranno in azienda perché nel frattempo nessuno ha pensato ad aggiornare le loro competenze”.

Però si continua a parlare di smart working…
“Lo smart working non è la soluzione ma il problema, perché pone criticità serissime: se modifico tempo e luogo, che sono i due elementi principali del contratto di lavoro, è evidente che il contratto deve essere radicalmente diverso. Se affermo che lo smart worker lavora a progetto non posso continuare a pagarlo in termini di ore lavorate. Serve un ripensamento complessivo che non c’è stato, quindi devo dire che non posso che associarmi a chi ha già espresso opinioni negative su queste misure”.

Cosa servirebbe al nostro mercato del lavoro?
Ho tre proposte molto concrete: la prima è di destinare dei fondi alla mappatura della situazione occupazionale italiana fatta in collaborazione con le aziende, per capire le caratteristiche dei profili che mancano. A fianco bisognerebbe stabilire l’obbligatorietà della formazione per chi è fuori dal mercato del lavoro, ovviamente a fronte di un’indennità da sospendere se non si segue il percorso o non si accetta la proposta di lavoro conseguente. La seconda è un meccanismo di controllo efficace sui finanziamenti erogati per le ristrutturazioni aziendali, quegli pseudo-progetti presentati al Mise di cui però mai nessuno verifica la realizzazione. E infine prendiamo il coraggio a due mani e riformuliamo il contratto di lavoro, con contratti ad hoc per le diverse tipologie di attività. Non è questione di togliere le garanzie ma di adeguarle alle nuove modalità di lavoro. Se continuiamo a guardare al nuovo con categorie obsolete non arriveremo mai a nulla di buono. Non possiamo continuare a discutere di autonomia o subordinazione, dobbiamo immaginare un cambiamento e trovare a livello nazionale la coesione sociale per affrontarlo. Abbiamo un problema di tenuta sociale e non possiamo sottovalutarlo ancora”.

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