Una norma non basta: sulle delocalizzazioni, servono anche cultura e formazione professionale

Come si pone il settore legal in merito ai cambiamenti in atto nel mondo del lavoro e del ricollocamento professionale? Lo scopriamo grazie a "Vox!", la rubrica di LHH in collaborazione con i più importanti avvocati giuslavoristi.

Daniela Fabbri
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Vox-Zoja

La forma è incerta (decreto o disegno di legge?). Sulla sostanza ancora si discute: meglio le sanzioni o gli incentivi? L’unica certezza viene dalle cronache che, dopo la fine del blocco di licenziamenti per il Covid, registrano i casi di aziende (spesso multinazionali) che chiudono gli impianti italiani per trasferire le proprie produzioni in paesi con minor costo del lavoro, spesso nell’Est Europa. Il tema delle delocalizzazioni sembra quindi tornato in cima all’agenda politica e il ministro Orlando ha promesso un provvedimento normativo in tempi brevi. La questione però è complessa e non si presta a scorciatoie, perché dovrebbe essere affrontata con una visione d’insieme: non basta impedire che le aziende spostino le loro produzioni, bisogna ragionare anche su come promuovere la reindustrializzazione nei casi in cui, per l’obsolescenza dei prodotti, la chiusura è inevitabile. Ne abbiamo parlato con Giovanni Zoja, giuslavorista dello studio Roedl&Partner, che ha seguito più di un caso di reindustrializzazioni positive.

Avvocato Zoja, cosa pensa delle iniziative legislative presentate su questo tema?
Al di là della forma del provvedimento, di cui ancora non si sa molto, credo che ci siano alcuni elementi indispensabili per costruire una norma utile. Intanto dovrà tenere conto di quelli che sono già gli obblighi in capo alle aziende dal punto di vista procedurale. Ci sono già le prescrizioni derivanti dalla contrattazione collettiva, cui magari si aggiungono quelli della contrattazione aziendale o di gruppo, fino all’intervento del comitato aziendale europeo. Se a questo si aggiunge che la ricerca di un partner per la reindustrializzazione può durare da 6 mesi a un anno è evidente come non sia opportuno costruire un passaggio procedurale che vada a quadruplicare quelli che potrebbero essere i normali tempi di confronto, che sono già lunghi. Ovviamente poi servirà mettere in campo misure concrete in termini di ammortizzatori sociali, sgravi contributivi o fiscali, facilitazioni per gli imprenditori disponibili a investire su un processo di reindustrializzazione, a patto che non siano interventi pensati per “allungare il brodo”.  

Sanzioni per chi fugge o incentivi per chi resta?
E’ un compromesso difficile da raggiungere, perché è chiaro che questo nuovo provvedimento sconta un’onda mediatica importante legata allo sblocco dei licenziamenti post Covid. In precedenti interventi normativi erano presenti misure punitive, per quanto non scritte in modo così diretto e non chiarendo del tutto quello che si intendeva per sovvenzione o aiuto di stato che avrebbe dovuto portare alla sanzione per chi delocalizzava. Non possiamo peraltro sottovalutare la necessità di armonizzare la norma con i principi comunitari legati alla libera circolazione delle merci e dei servizi. Credo che dovrà essere scritta in punta di penna, per evitare di essere attaccabile dal punto di vista del principio del diritto. Certo che l’obiettivo è mantenere i posti di lavoro, e i percorsi di reindustrializzazione sono sfide affascinanti perché permettono di creare qualcosa là dove qualcos’altro veniva meno. Bisogna però fare in modo che siano guidate da motivazioni corrette, perché sappiamo bene che ci sono state esperienze avventate e inevitabilmente destinate al fallimento, che però hanno illuso i lavoratori e reso ancora più labili le loro speranze di ricollocamento.

Quali sono gli elementi necessari alla soluzione positiva di un processo di reindustrializzazione?
Intanto serve un investimento culturale: per quanto reindustrializzazione sia un termine abusato quasi quanto resilienza, c’è pochissima conoscenza di questo tema anche fra gli stessi imprenditori. E questo porta a non voler neppure prendere in considerazione l’ipotesi di avviare questo percorso. Poi è fondamentale un meccanismo efficiente di relazione fra domanda e offerta, che banalmente aiuti a capire se e dove è possibile reimpiegare le persone. Perché è vero che il più delle volte la spinta dell’imprenditore è a cercare situazioni dove il costo del lavoro è più basso, ma ci sono anche situazioni in cui le produzioni sono definitivamente fuori mercato. Una certa fungibilità o un’affinità merceologica ovviamente aiuta, ma penso che servano soprattutto formazione e conoscenza. Direi quasi che servirebbe rendere il processo di reindustrializzazione una materia da studiare in modo approfondito sia da parte del management che delle parti sociali, perché abbiano le conoscenze necessarie a prendere le decisioni al momento giusto. Per questo l’intervento degli enti locali è sicuramente un valore aggiunto per la conoscenza del territorio, ma serve che lo Stato metta in campo in queste situazioni specialisti appositamente formati.

L’outplacement può essere uno strumento utile? 
Assolutamente sì. Ritengo che i professionisti di questo settore siano partner fondamentali per il buon esito del processo, perché si possa offrire ai lavoratori un’opportunità per modificare la propria professionalità e non solo la stampella degli ammortizzatori sociali. Peraltro, i soggetti che operano in questo settore in modo professionale hanno una capacità di entrare in contatto con le aziende, e di ottenere la loro fiducia. che lo Stato difficilmente può avere.


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